REM Ecologia Srl

End of Waste: vittima della burocrazia


news

09 Maggio 2018

L’intero concetto di Economia Circolare è sul punto di crollare a causa delle regolamentazioni che orbitano attorno all’ End of Waste.

In questi ultimi giorni, una sentenza ha ridefinito alcune importanti competenze istituzionali.

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Cos’è l’ End of Waste

Partiamo dall’inizio.

Il termine “End of Waste”, traducibile in italiano con “Cessazione della qualifica di rifiuto”, si riferisce ad un processo di recupero eseguito su un rifiuto, al termine del quale esso perde tale qualifica per acquisire quella di prodotto.

Per End of Waste si deve intendere, quindi, non il risultato finale bensì il processo che, concretamente, permette ad un rifiuto di tornare a svolgere un ruolo utile come prodotto.

Normative

L’ End of Waste è regolato dall’articolo 6 della Direttiva 2008/98/CE.

Nel nostro ordinamento, quest’articolo è stato recepito con l’articolo 184 ter del Testo Unico Ambientale che ne riproduce fedelmente i principi. I criteri sono adottati in conformità a quanto stabilito dalla disciplina comunitaria, ovvero in mancanza di decreti comunitari caso per caso per specifiche tipologie di rifiuto, attraverso uno o più decreti del Ministero dell’Ambiente.

Ad oggi, sono stati emanati i regolamenti europei sull’ End of Waste relativi ai rottami di ferroacciaio, alluminiorame, vetro ed un unico decreto ministeriale relativo al CSS combustibile.

Nelle more dell’adozione di uno o più decreti, continuano ad applicarsi le disposizioni di cui al Decreto del Ministero dell’Ambiente del 5 febbraio 1998, del 12 giugno 161/2002, del 17 novembre 269/2005 e l’articolo 9 bis del Decreto legge del 6 novembre 172/2008.

L’articolo 184 ter, ha dunque previsto che la definizione dei criteri relativi all’ End of Waste avvenga primariamente mediate regolamento comunitario, oppure mediante uno o più decreti ministeriali.

Norme ormai datate che avrebbero bisogno di un restyling per adeguarsi al progresso tecnico e ai nuovi processi industriali.

Impasse

Il decreto del Ministero dell’Ambiente del 5 febbraio 1998 stabilisce i parametri guida di circa 200 procedure di recupero per altrettante tipologie di rifiuti. Si tratta in realtà di procedure “agevolate”, nate per permettere alle imprese, in particolare condizioni, di riutilizzare i propri scarti di produzione.

Lo stesso elenco è utilizzato da province e regioni da 20 anni come testo di riferimento anche per valutare le richieste di autorizzazione per gli impianti di riciclo. Così succede che se un progetto prevede la trasformazione di una tipologia di rifiuto non contemplata dall’elenco del ’98, in assenza di un apposito criterio End of Waste la procedura autorizzativa si arena. E se si considera il fatto che negli ultimi venti anni l’elenco non è mai stato aggiornato tenendo conto dell’evolversi delle tecnologie per il riciclo e dei nuovi studi sulle proprietà dei materiali, si fa presto a capire come queste impasse finiscano nella maggior parte dei casi per penalizzare i progetti di riciclo più ambiziosi e innovativi.

Quella sul rilascio delle autorizzazioni ordinarie al riciclo è una disputa che da anni vede coinvolte su fronti contrapposti imprese ed enti locali, al punto da spaccarne in due la geografia amministrativa: da un lato le Regioni dove è possibile ottenere le autorizzazioni, dall’altro quelle dove invece le richieste vengono nella maggior parte dei casi respinte al mittente.

Sul tema è intervenuto per portare un po’ di chiarezza anche il Ministero dell’Ambiente con propria nota del 1° luglio 2016 ribadendo che le Regioni e gli Enti dalle stesse delegati hanno la facoltà di definire i criteri per la verifica della cessazione della qualifica di rifiuto nei casi non disciplinati in via ordinaria, sempre che per la stessa tipologia di rifiuto tali criteri non siano stati definiti con regolamenti comunitari o con decreti ministeriali ai sensi dell’articolo 184 ter del Testo Unico Ambientale.

Il caso e le sentenze

A Spresiano, provincia di Treviso, è stato inaugurato nel 2015 il primo impianto di riciclo dei prodotti assorbenti sul territorio nazionale, realizzato in partnership da Contarina S.p.a e Fater. In particolare, l’impianto permette il trattamento di pannolini, pannoloni e altri prodotti assorbenti per la persona. Una tecnologia innovativa che permette di riciclare questi rifiuti assorbenti, traendone plastica e cellulosa da reimpiegare come materie prime seconde.

L’impianto, unico in Europa, ha dovuto scontrarsi con un vuoto normativo che ne ha bloccato l’attività.

Il 16 agosto 2016 la Regione Veneto ha negato l’autorizzazione al riciclo dell’impianto. In particolare è stata negata l’operazione di riciclaggio di sostanze organiche per la produzione di materie prime secondarie (R3) autorizzandoli invece per lo stoccaggio di rifiuti avviati al recupero (R12) e di scambio da cui continuano a derivare rifiuti di plastica e carta (R13). In pratica, un processo di riciclo che produce altri rifiuti.

A dicembre 2016, a seguito ricorso dell’azienda presso il Tar del Veneto, quest’ultimo ha emanato una sentenza citando proprio la circolare del 1° luglio del Ministero.

Insomma, il Tar stabilisce che le Regioni e gli Enti dalle stesse delegati, hanno la responsabilità di stabilire i criteri dell’ End of Waste “caso per caso”.

Ma la vicenda non termina qui.

La Regione infatti ha fatto ricorso verso la decisione dei Giudici di prime cure, vincendo.

I giudici del Consiglio di Stato con la sentenza del 28 febbraio 2018 n.1229 hanno stabilito che il potere di determinare la cessazione della qualifica di rifiuto è, per la direttiva europea 2008/98/CE, in capo alla Commissione Ue o allo Stato, che con la Commissione deve interloquire.

La direttiva, quindi, riconosce il potere di valutazione “caso per caso” solo allo Stato, con valenza nazionale.

Emerge dunque che spetta esclusivamente allo Stato legiferare in materia di End of Waste e non anche alle sue diramazioni quali Regioni o altri enti a ciò delegati, in quanto la predetta valutazione non può che intervenire, ragionevolmente, se non con riferimento all’intero territorio di uno Stato membro.

Seguiranno altri aggiornamenti sulla vicenda.