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Mascherine: dall’inquinamento alla mancanza di impianti


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10 Giugno 2020

In questo ultimo periodo di pandemia ed emergenza sanitaria è nato un problema che fino a qualche tempo fa sarebbe potuto sembrare impensabile: come smaltire mascherine e guanti.

Il fabbisogno giornaliero italiano è di circa 37,5 milioni di mascherine e 80 milioni di guanti, l’equivalente di 1240 tonnellate di rifiuti al giorno. A fine anno saranno circa 300 mila le tonnellate di mascherine e guanti da smaltire.

In Italia, secondo i dati pubblicati da Utilitalia, sono 30,1 milioni di tonnellate i rifiuti urbani prodotti (senza contare i rifiuti derivanti dalle attività produttive), di cui 12,6 finiscono nell’indifferenziata. Lo smaltimento di mascherina e guanti non sarebbe un problema se il nostro Paese fosse fornito di un’efficacie rete di impianti, purtroppo non è così – come ormai denunciamo da anni – e la situazione rischia di peggiorare nei prossimi mesi.

Il blocco delle attività commerciali e produttive durante il lockdown ha portato un calo di circa il 14% dei rifiuti, ma d’ora in poi si aggiungeranno tutti quei prodotti monouso che le attività sono obbligate a fornire.

Mascherine, inciviltà e inquinamento

Lo smaltimento di mascherine e guanti potrebbe diventare il più grande problema ambientale del nostro tempo. A farne le spese saranno i nostri mari, in Asia il problema è già evidente, mentre sul nostro territorio si trovano sempre più spesso le mascherine e i guanti ai bordi delle strade.

Esiste un solo modo per evitare un possibile disastro ambientale: smaltire questi rifiuti correttamente. Secondo una stima del Politecnico di Torino, serviranno circa 1 miliardo di mascherine al mese. Stando a questi dati, se anche solo l’1% delle mascherine venisse smaltito non correttamente e magari disperso in natura questo si tradurrebbe in 10 milioni di mascherine al mese disperse nell’ambiente.

Da qui l’appello del WWF Italia per voce del suo Presidente Donatella Bianchi:

“Così come i cittadini si sono dimostrati responsabili nel seguire le indicazioni del governo per contenere il contagio restando a casa, ora è necessario che si dimostrino altrettanto responsabili nella gestione dei dispostivi di protezione individuale che vanno smaltiti correttamente e non dispersi in natura” […] È necessario evitare che questi dispositivi, una volta diventati rifiuti, abbiano un impatto devastante sui nostri ambienti naturali e soprattutto sui nostri mari. Proprio per difendere il Mediterraneo che ogni anno già deve fare i conti con 570 mila tonnellate di plastica che finiscono nelle sue acque (è come se 33.800 bottigliette di plastica venissero gettate in mare ogni minuto) chiediamo alle istituzioni di predisporre opportuni raccoglitori per mascherine e guanti nei pressi dei porti dove i lavoratori saranno costretti ad usare queste protezioni per operare in sicurezza. Ma sarebbe opportuno che raccoglitori dedicati ai dispositivi di protezione fossero istallati anche nei parchi, nelle ville e nei pressi dei supermercati: si tratterebbe di un vantaggio per la nostra salute e per quella dell’ambiente”.

 

Covid19 e inadeguatezza impiantistica

Il nostro Paese ha un ritardo impiantistico non indifferente, situazione che ormai denunciamo da tempo: mancano impianti sia per riciclo dei materiali che per il recupero energetico; facciamo ancora un uso massiccio delle discariche (utilizzate di più rispetto ai termovalorizzatori); smaltiamo all’estero quasi 500 mila tonnellate di rifiuti indifferenziati a prezzi molto alti.

Oggi, l’immobilismo dovuto alla pandemia ha peggiorato ancor di più la situazione. Il lockdown ha bloccato anche la filiera del riciclo, dalle cartiere ai pannellifici che recuperano il legno, alle fonderie per i rottami metallici.

Secondo le stime del Corriere della Sera, in un articolo/servizio firmato da Milena Gabanelli, sono 16 mila le tonnellate di rifiuti che non è stato possibile portare all’estero, se ne stimano 123 mila in un anno.

Per cercare di contenere il blocco della filiera del riciclo e l’impossibilità di esportare i rifiuti, il Ministero dell’Ambiente ha emanato il 27 marzo una circolare per aumentare i quantitativi di rifiuti che si possono accumulare in discarica e che possono essere conferiti nei termovalorizzatori. Inoltre viene prevista la possibilità di raddoppiare (18 mesi) la quantità di rifiuti dentro a depositi temporanei.

In un contesto del genere appare ancora più lampante la necessità di costruire dei nuovi termovalorizzatori nei territori che ne sono sprovvisti. Paesi come Germani e Francia hanno rispettivamente 96 e 126 impianti di termovalorizzazione, mentre noi ne disponiamo solo di 36 e per la maggior parte nel nord.

Purtroppo la strada del recupero energetico fatica ad accumulare consensi nel nostro Paese, eppure gli impianti di nuova generazione sono a bassissimo impatto ambientale, con emissioni che rasentano lo zero assoluto.

Inoltre risulta chiaro il collegamento tra la mancanza di spazi per lo smaltimento dei rifiuti e lo smaltimento illecito degli stessi. Abbiamo documentato proprio su questo nostro canale il rapporto inversamente proporzionale tra il crescente roghi negli impianti di stoccaggio e il sempre minor spazio di smaltimento in discariche e termovalorizzatori.

Sia chiaro: noi prendiamo le distanze da ogni forma di illegalità nella gestione dei rifiuti, ma è corretto anche ammette che il prolungamento di situazioni critiche favorisce l’avanzare della criminalità organizzata.

Il riciclo è un’attività di mercato

A questa precaria situazione, si aggiunge un ulteriore problema: il crollo del prezzo petrolio. Tale crollo comporta anche un calo del prezzo delle materie prime, pertanto diventa meno conveniente riciclare.

È da inizio 2019 che documentiamo l’inesorabile crollo del mercato della carta da macero, dove la domanda di materiali riciclato è minore rispetto all’offerta.

Già in un recente nostro articolo avevamo esposto le problematicità dovute al “mercato del riciclo”: il riciclo è un’attività di mercato che può avere delle oscillazioni dovute a moltissime varianti, dunque bisognerebbe garantire al sistema un livello di sicurezza, misure di garanzia nazionale in tempo di crisi economiche o emergenziali – come l’attuale situazione.

Come suggerito sempre da Milena Gabanelli e Simona Ravizza dalle pagine del Corriere:

“Occorrerebbe un intervento legislativo per fissare l’obbligo di livelli minimi di utilizzo di materiale riciclato dov’è possibile. Per esempio i sacchetti per i rifiuti, per i quali oggi non è previsto nessun quantitativo minimo sul tipo di plastica con cui possono essere prodotti; oppure consentire l’incremento dell’utilizzo di plastica riciclata per le bottiglie d’acqua (oggi il limite è del 50%). Anche le agevolazioni fiscali potrebbero incentivare i produttori ad utilizzare quote crescenti di materiale riciclato”.

La legge di Bilancio 2019 prevede la concessione di un credito d’imposta del 36% per le spese documentate di prodotti realizzati con materiali riciclati. Purtroppo l’importo massimo per beneficiario è di 20 mila euro l’anno.

Sembra palese che gli sforzi fatti dalle Istituzioni per tutelare il mercato del riciclo non siano sufficienti. Non si può procedere solo con slogan, l’Economia Circolare ha bisogno di investimenti importanti che ancora tardano ad arrivare.

Credit foto
Corriere della Sera